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Scrittura Vincente si fa libro. Grazie a Mondadori

È l’alba e, solo per un attimo, ripenso all’intervista in cui Andrea Camilleri racconta le sue abitudini di scrittura. Il maestro, autore del commissario Montalbano, si alza poco prima del levar del sole, si lava e si veste di tutto punto. Come se andasse in ufficio. Senonché la sua postazione di lavoro è una stanza di casa, dove nessuno osa disturbarlo. Scrive per cinque-sei ore. A seguire, pranzo e pennichella. La sua giornata di lavoro è finita.

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Camilleri, bontà sua e alla sua arte, se lo può permettere. Noi no. Scriviamo di sera, di notte, all’alba. E solo dopo andiamo a lavorare. Che poi sempre di scrittura si tratta, ma di solito per altri: aziende, professionisti, manager. Persone che non hanno tempo di curare i contenuti del loro sito web, dei blog, dei profili social. Un circolo vizioso. Un po’ come i genitori costretti a pagare qualcuno che si occupi dei loro figli. Leggi tutto

Marco Ansaldo e quel libro che non riuscirò a regalargli

Sono passati almeno sette o otto anni. L’ultima volta che avevo incontrato Marco di persona avevamo preso un caffè alla pasticceria Della Ferrera di via Tripoli angolo via Filadelfia. A pochi metri dal vecchio stadio Comunale dove – grazie a lui e al caposervizio del Corriere dello Sport di Torino, Enzo D’Orsi – avevo mosso i primi passi come cronista sportivo seguendo la Juve e soprattutto il Toro.

Marco aveva i capelli tagliati corti quasi a spazzola, un’aria sana anche se un po’ rassegnata. Alla mia domanda se ci fossero spiragli lavorativi, lui rispose con la solita schiettezza: “In questo periodo a Torino e alla Stampa non si muove una paglia…”. Prima di salutarci, mi guardò fisso negli occhi e mi chiese perché all’epoca, a fine anni Ottanta, avessi abbandonato la strada dei giornali per andare a occuparmi di comunicazione d’impresa e formazione. In realtà non mi fece rispondere: si limitò a guardare mia moglie, che mi stava a fianco, e le disse “Ha fatto una cazzata”.

Negli anni ho ripensato qualche volta a questa frase di Marco, ma mi sono sempre risposto che no, non avevo fatto una cazzata. Che grazie a lui, a D’Orsi, a Massimo Gramellini avevo imparato le basi di un mestiere. Un lavoro che probabilmente mi sarebbe stato stretto e che – come in Sliding Doors – avrebbe cambiato tutta la mia vita rispetto a quella che è adesso.

Marco era solo rammaricato. Vedeva in me una luce, delle capacità di scrittura che aveva innaffiato con tanta passione e delicatezza, come so che ha fatto per decine di altri giovani da lanciare. Gli sembrava che avessi buttato via un’occasione. Forse l’ho solo sfruttata meglio, ma questo ormai non ha più importanza.

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