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Perché il linguaggio ha fatto perdere Berlusconi

Provo a far ordine, insieme a te, sulla lettura del voto amministrativo che ha portato al crollo di Berlusconi a Milano, Napoli e in altre grandi città. Facciamolo dal punto di vista del linguaggio, che a mio avviso è il terreno dove Silvio ha toppato alla grande.

Mi aiuto in questa analisi prendendo spunto e riportando alcuni passaggi presi dalla lettura dei giornali.

Il linguaggio con gli imprenditori

Analisti del voto, sociologi ed economisti hanno già risposto dopo l’evidente segnale del primo turno. Hanno spiegato che gli imprenditori del Nord sono stanchi di promesse non mantenute. La crisi è sempre forte e non si vedono, dal governo, segnali di aiuti per le piccole e medie imprese – che sono la spina dorsale del Nord – non si vedono detassazioni, incentivi, progetti.

Il linguaggio sul caso Ruby

Quando è esploso lo scandalo, la destra ha provato a organizzare una difesa culturale cercando di volare alto, scomodando i maestri del pensiero liberale e perfino la tradizione cattolica – opposta al puritanesimo protestante – per spiegare che in una vera democrazia non si giudicano i governanti per i loro vizi privati, dei quali essi rispondono semmai al confessore, ma mai al Parlamento e tantomeno agli elettori. Si è cercato di difendere l’indifendibile, ma il buon senso di tanta gente comune se n’è fregata di Montesquieu, Tocqueville eccetera, e ha pensato che le feste di Arcore erano una cosa indecente, tanto più indecente se a farle è un signore che deve rappresentare il governo. Ha pensato che le arcorine e le olgettine, i Lele Mora e i bunga bunga, le misteriose carriere di certe ragazze e i generosi bonifici in tempo di crisi, insomma erano tutte cose che facevano maledettamente girare le scatole.

Il linguaggio della corte di Silvio

Ieri Vendola, in piazza Duomo a Milano, ha citato questa come prima motivazione del voto. Ha detto che la gente ha trovato “sgradevole” la volgarità e la violenza di certe invettive, di certe campagna di stampa; “sgradevole” l’incultura, la rozzezza, il basso livello di personaggi diventati all’improvviso – per meriti a volte sconosciuti, a volte fin troppo conosciuti opinion leader, parlamentari, membri del governo, consiglieri regionali. Non è un dato politico: è un dato antropologico. Che però è diventato inevitabilmente politico, provocando un moto di ribellione non tanto negli elettori di sinistra – che Berlusconi non lo votavano neanche prima – quanto in quelli che hanno sempre votato centrodestra, e che vorrebbero un centrodestra di ben diverso livello, senza urlatori e urlatrici. La virulenta campagna elettorale di Milano – contro i magistrati brigatisti, contro il candidato “amico dei terroristi” e “alleato di Al Qaeda”, contro gli zingari, gli immigrati musulmani, gli omosessuali non è figlia del caso, ma di un andazzo partito almeno un paio di anni fa.

Il linguaggio da inseguitore

Per anni Berlusconi ha proposto una sua visione per il Paese mentre i suoi avversari hanno sempre reagito costruendo campagne contro di lui e demonizzandolo. Questa volta i ruoli si sono invertiti: a giocare contro è stato lui, da mesi assistiamo a campagne politiche e giornalistiche in cui gli avversari vengono trasformati in caricature e fatti a pezzi. Da questo punto di vista il trattamento riservato a Pisapia è da manuale, è stato dipinto come il leader degli zingari, dei rom e degli estremisti islamici, una campagna di una tale rozzezza da aver allontanato la maggioranza dei milanesi dal candidato sindaco del centrodestra. Una campagna così poco “positiva” da aver spaventato perfino i moderati, che cinque anni fa avevano garantito la vittoria a Letizia Moratti. E dire che per perdere Milano ci voleva davvero impegno: è stato fatto un capolavoro.

Il linguaggio con il Paese reale

Berlusconi ha sottovalutato alcune iniziative dove il centrosinistra ha seminato bene e ha saputo parlare il linguaggio della gente comune, alle prese con i problemi di tutti i giorni. Non ha ascoltato e risposto ai precari in lotta per un contratto, alle donne che hanno riempito le piazze contro l’umiliazione del loro corpo, alle tante vertenze sul lavoro. Vendola sostiene che “da mille situazioni del Paese è stata cacciata la pubblicità e si è tornati alla realtà. E a tutto questo va sommato il disgusto che molta gente ha provato nei confronti di un governo che trucca le carte per evitare i referendum, che offende i magistrati accusandoli di essere un cancro, un governo fatto di ministri che non perdono occasione per sparare battute volgari, uno squallido celodurismo di maschietti stagionati”.

Il linguaggio con i leader mondiali

L’errore finale, incomprensibile, è stato poi quello di andare dal Presidente degli Stati Uniti a parlargli dei suoi problemi giudiziari, a insultare un corpo dello Stato italiano. Pensa se il nostro premier, dopo aver chiamato i fotografi ed essersi messo in favore di telecamera, avesse strappato a Barack Obama un impegno sulla Libia per frenare il flusso di clandestini. Il suo gradimento non avrebbe che potuto giovarsene. Invece ha scelto di inseguire la sua ossessione.

Il linguaggio con i giovani

In tempi di crisi, di difficoltà, di risparmi che si assottigliano e di giovani che non trovano lavoro, non si può pensare che il tema della separazione delle carriere o la riforma della Corte Costituzionale scaldino i cuori dei ventenni e riempiano le urne. Per i giovani degli anni Duemila, anche il consumismo si è rivelato un sogno avvelenato. Lasciato ai propri impulsi selvaggi, ha arricchito pochi privilegiati ma sta impoverendo tutti gli altri: e un consumismo senza consumatori è destinato prima o poi a implodere. Il cuore del mondo ha cominciato a battere altrove, la sobrietà e l’ambientalismo a sussurrare nuove parole d’ordine, eppure in questo lenzuolo d’Europa restavamo aggrappati a un ricordo sbiadito. La scelta di sfidare il Duemila con un uomo degli Anni Ottanta era un modo inconscio di fermare il tempo. Ma ora è proprio finita.

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Comments

Ilaria Cardani
Reply

Sintesi completa ed esauriente.
Una piccola aggiunta, sull’ultimo punto, quello del linguaggio verso i giovani, collegamento che mi è venuto proprio leggendoti: in un momento di “esplosione” di internet, in cui il web è la “nuova frontiera” del nostro tempo – e, tra l’altro, uno strumento di lavoro e un’opportunità di crescita personale ed economica per moltissimi – Berlusconi ha sempre “remato contro”, mostrandosi, nelle parole e nei fatti, estraneo e addirittura contrario al nuovo mezzo (memorabile, per me, la frase in cui ha chiamato Google “Gogol”)

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