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Il coccodrillo di Steve Jobs

Ho scritto in 45 minuti, a braccio, il coccodrillo di Steve Jobs. È il testo che trovi strillato oggi nell’home page del portale Treccani.

In ambito giornalistico il “coccodrillo” è un servizio pubblicato all’indomani della scomparsa di una celebrità o di una personalità importante per onorarne la memoria in maniera adeguata.

Càpita – da professionista della comunicazione – di dover scrivere in fretta. Spesso un evento, come la morte del fondatore di Apple, arriva improvvisa nelle redazioni.

Mi sembrava, a memoria, di non sapere nulla della biografia di quest’uomo. Non ho fatto altro che chiudere gli occhi e immaginare il mondo intorno a me. Se la nostra vita oggi è diversa da quella del millennio precedente, è merito anche di Steve Jobs.

È grazie a un ragazzo che decise di abbandonare l’università per non fare spendere ai genitori adottivi i risparmi di tutta la loro vita. Che dormì sui pavimenti del college per seguire improbabili corsi di calligrafia. Che agli studenti di Stanford disse “siate sognatori, affamati e folli”.

Come ho scritto nel pezzo per Treccani, sebbene spesso il mondo cerchi di convincerci che le possibilità di influenzare gli eventi, di modificare la loro esistenza, di concretizzare le speranze, di creare e di crearsi una vita a propria misura – fatta di felicità e soddisfazione – siano pari a zero, la vita e il messaggio che ci lascia Steve Jobs ci fa credere di più nelle nostre forze.

Ripenseremo alle sue parole quando sosteneva che “nella vita le sconfitte sono le svolte migliori. Perché costringono a pensare in modo diverso e creativo”.

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Leggi il mio articolo sul portale Treccani

Scrivere un coccodrillo: l’incredibile caso di Liz Taylor

Omicidio Meredith Kercher: i titoli su Amanda Knox

Si è trattato di un vero e proprio show mediatico la lettura della sentenza – in diretta mondovisione – del processo in Appello sull’omicidio della giovane Meredith Kercher.

I singhiozzi di alcuni presenti in aula, le lacrime di Amanda Knox, assolta dopo quasi millecinquecento giorni di carcere, i fischi in piazza e le urla di “Vergogna!”: tutto ha concorso a trasformare una fase processuale in melodramma a tre voci.

Da una parte gli americani (in difesa di Amanda), con tutti i media a sparare a zero contro la giustizia italiana, “incomprensibile e pasticciona”, che aveva condannato in primo grado una ragazza senza che esistessero delle prove inconfutabili. Leggi tutto

Come si propagano opinioni, idee politiche e commerciali

Per la professione che svolgi – e per rendere vincente il tuo business – può esserti molto utile sapere che la comunicazione avviene a “ondate”. Non è una tesi nuova in assoluto, ma è stata ben ripresa da uno studio compiuto dall’Università Carlos III di Madrid in collaborazione con Telefónica.

Per un periodo di undici mesi, i ricercatori hanno analizzato 9 milioni di chiamate, un volume di traffico telefonico svolto da 20 milioni di persone (circa il 30% della popolazione spagnola), scoprendo che la gente comunica a cascate o raffiche.

Quando comunichiamo si alternano due stati: quiete e tempesta. Ed è con le tempeste che le informazioni viaggiano più veloci. E questo vale anche per opinioni, idee politiche, pettegolezzi e informazioni commerciali.

Nell’articolo di Elisabetta Curzel sul Corriere della Sera viene spiegato più in dettaglio cosa si intende per:

  • ondate e silenzi
  • ritmi veglia-sonno
  • economia dell’attenzione
  • effervescenza e silenzio

E in chiusura si affiancano questi meccanismi all’esplosione della “primavera araba”.

Buona lettura   🙂

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Non essere un “salapuzio”: adotta una parola perduta!

La nostra lingua è sempre più povera. In alcuni post precedenti sostenevo che le buone letture aiutano a rinforzare il nostro linguaggio, ormai ridotto nel suo utilizzo di base e meno di 7.000 termini.

Leggo perciò con interesse e piacere ciò che scrive oggi su Repubblica Stefania Parmeggiani a proposito del salvataggio delle parole perdute. L’autrice ci spiega che in Italia persone di età e professioni differenti, sulla scia di quello che accade in altri paesi europei, combattono dal basso una battaglia per la salvaguardia della lingua d’origine.

Oggi tutti siamo costretti a scrivere in modo efficace: dalle semplici email agli sms, dai post sui social network ai contenuti di un progetto o di una pagina promozionale. L’universo della scrittura professionale si estende sempre di più. Leggi tutto

Per la prima volta, le biografie italiane dell’11 settembre

Nel tuo lavoro ti sarà capitato di dover preparare una presentazione scritta di un evento, o anche di dover progettare un dossier che raccogliesse gli estremi di una vicenda già passata.

In ambito giornalistico – ma anche nella comunicazione d’impresa – a volte capita di leggere contenuti improvvisati, di cui non si capisce bene né l’obiettivo, né i singoli avvenimenti, né i protagonisti.

Mettiamola così. Anche se Google ci ha cambiato la vita – e quella delle nostre ricerche – arriva sempre un momento in cui qualcuno deve fare chiarezza, deve riassumere una situazione e argomentare uno o più punti di vista in maniera chiara e comprensibile a diverse tipologie di pubblico. Leggi tutto

Oggi tutti vendono, te ne sei accorto?

Da giornalista voglio segnalarti un buon esempio di linguaggio persuasivo. Da qualche tempo sono un lettore – piuttosto discontinuo – del settimanale Vanity Fair. È scritto bene (ci sono ottime penne come Gad Lerner, Enrico Mentana, Daria Bignardi, Pino Corrias, Fabrizio Rondolino e Giorgio Dell’Arti, solo per citare i miei preferiti).

Oltre a questo, ci sono idee originali alle spalle, la lettura non è mai banale. Sono loro ad aver inventato il tempo di lettura alla fine di ogni articolo: a parte in spiaggia, dove uno ha molto tempo, è uno stratagemma utile per dare una priorità alle pagine da leggere.

Sono sempre loro – e molti hanno poi copiato – ad aver dato un taglio particolare alle interviste. Ovvero il giornalista racconta al lettore il suo backstage. Dove ci siamo visti con il personaggio da intervistare, cosa stava facendo in quel momento, come era vestito, cosa ha detto fuori dai microfoni, e così via. Uno sguardo dietro alle quinte che ci piace. Leggi tutto

Perché il linguaggio ha fatto perdere Berlusconi

Provo a far ordine, insieme a te, sulla lettura del voto amministrativo che ha portato al crollo di Berlusconi a Milano, Napoli e in altre grandi città. Facciamolo dal punto di vista del linguaggio, che a mio avviso è il terreno dove Silvio ha toppato alla grande.

Mi aiuto in questa analisi prendendo spunto e riportando alcuni passaggi presi dalla lettura dei giornali.

Il linguaggio con gli imprenditori

Analisti del voto, sociologi ed economisti hanno già risposto dopo l’evidente segnale del primo turno. Hanno spiegato che gli imprenditori del Nord sono stanchi di promesse non mantenute. La crisi è sempre forte e non si vedono, dal governo, segnali di aiuti per le piccole e medie imprese – che sono la spina dorsale del Nord – non si vedono detassazioni, incentivi, progetti.

Il linguaggio sul caso Ruby

Quando è esploso lo scandalo, la destra ha provato a organizzare una difesa culturale cercando di volare alto, scomodando i maestri del pensiero liberale e perfino la tradizione cattolica – opposta al puritanesimo protestante – per spiegare che in una vera democrazia non si giudicano i governanti per i loro vizi privati, dei quali essi rispondono semmai al confessore, ma mai al Parlamento e tantomeno agli elettori. Si è cercato di difendere l’indifendibile, ma il buon senso di tanta gente comune se n’è fregata di Montesquieu, Tocqueville eccetera, e ha pensato che le feste di Arcore erano una cosa indecente, tanto più indecente se a farle è un signore che deve rappresentare il governo. Ha pensato che le arcorine e le olgettine, i Lele Mora e i bunga bunga, le misteriose carriere di certe ragazze e i generosi bonifici in tempo di crisi, insomma erano tutte cose che facevano maledettamente girare le scatole. Leggi tutto

La breccia di Pisapia

Per titolare questo post, prendo in prestito uno dei titoli giornalistici più creativi partoriti nella notte del 16 maggio, quella della vittoria di Giuliano Pisapia al primo turno delle amministrative.

La paternità credo sia di Gad Lerner, che l’ha usato come tema della puntata dell’Infedele. Poi lo ha rilanciato Massimo Gramellini in prima pagina sulla Stampa di oggi.

Se hai avuto il piacere di sfogliare questo blog, ti sarai reso conto che l’argomento “titoli” mi sta particolarmente a cuore. Il titolo è un elemento trasversale della scrittura: è utile in campo giornalistico, perché da quello si decide la sorte di un articolo; è fondamentale nel marketing e nella pubblicità, perché l’attenzione verso un prodotto, un servizio o un evento verrà catturata soltanto se il titolo sarà creativo e si saprà distinguere dalla massa. O se comunque sarà chiaro, diretto e rispondente a un bisogno. Leggi tutto

Titoli efficaci per “bucare” l’attenzione

Sono stato un po’ assente dal blog e me ne scuso con te. Non sono però rimasto con le mani in mano: ho approfondito studi che riguardano il mio percorso di crescita personale sulla comunicazione efficace. Detto così sembra una roba seria, e in effetti un po’ lo è (ma non necessariamente seriosa!).

Da questo periodo di magra scrittura – ma di folte letture – mi porto dietro alcune belle informazioni che vorrei condividere con te in una serie di post che andrò via via a scrivere in questi giorni.

Partiamo da un elemento centrale, che sconfina in almeno tre ambiti della scrittura professionale: il titolo.

I titoli efficaci sono per eccellenza la parte “nobile” di un articolo giornalistico, è la summa di tutto ciò che viene espresso dal redattore. È di fatto il punto dove l’occhio cade in una pagina di giornale: dalla veloce interpretazione di quel titolo, il lettore deciderà se fermarsi e leggere l’articolo o se invece proseguire nello sfogliare le pagine successive. Leggi tutto

Scrivere un coccodrillo: l’incredibile caso di Liz Taylor

Saprai anche tu che i giornali preparano in anticipo i necrologi dei personaggi famosi, in modo da averli pronti in caso di necessità. Questi articoli in gergo si chiamano “coccodrilli”, un’etimologia riconducibile alla famosa espressione “piangere lacrime di coccodrillo”.

Quest’ultima sta ad indicare l’atteggiamento falso e ipocrita di chi finge di essere addolorato per una disgrazia altrui o si dispera solo in apparenza per un errore commesso.

Facendo una rapida ricerca in Rete, il detto pare avere radici antiche (si parla addirittura del nono secolo). Di fatto, trae origine dal particolare comportamento del famelico rettile al termine di un lauto pasto.

Il coccodrillo, infatti, durante la laboriosa digestione delle prede divorate in pochi bocconi, emette lacrime, non proprio di pentimento o rimorso per la sorte delle vittime, bensì per i dolori lancinanti prodotti dall’abbuffata. Nulla a che fare dunque con ravvedimenti romantico-sentimentali da parte dello spaventoso predatore… Leggi tutto