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Marco Ansaldo e quel libro che non riuscirò a regalargli

Sono passati almeno sette o otto anni. L’ultima volta che avevo incontrato Marco di persona avevamo preso un caffè alla pasticceria Della Ferrera di via Tripoli angolo via Filadelfia. A pochi metri dal vecchio stadio Comunale dove – grazie a lui e al caposervizio del Corriere dello Sport di Torino, Enzo D’Orsi – avevo mosso i primi passi come cronista sportivo seguendo la Juve e soprattutto il Toro.

Marco aveva i capelli tagliati corti quasi a spazzola, un’aria sana anche se un po’ rassegnata. Alla mia domanda se ci fossero spiragli lavorativi, lui rispose con la solita schiettezza: “In questo periodo a Torino e alla Stampa non si muove una paglia…”. Prima di salutarci, mi guardò fisso negli occhi e mi chiese perché all’epoca, a fine anni Ottanta, avessi abbandonato la strada dei giornali per andare a occuparmi di comunicazione d’impresa e formazione. In realtà non mi fece rispondere: si limitò a guardare mia moglie, che mi stava a fianco, e le disse “Ha fatto una cazzata”.

Negli anni ho ripensato qualche volta a questa frase di Marco, ma mi sono sempre risposto che no, non avevo fatto una cazzata. Che grazie a lui, a D’Orsi, a Massimo Gramellini avevo imparato le basi di un mestiere. Un lavoro che probabilmente mi sarebbe stato stretto e che – come in Sliding Doors – avrebbe cambiato tutta la mia vita rispetto a quella che è adesso.

Marco era solo rammaricato. Vedeva in me una luce, delle capacità di scrittura che aveva innaffiato con tanta passione e delicatezza, come so che ha fatto per decine di altri giovani da lanciare. Gli sembrava che avessi buttato via un’occasione. Forse l’ho solo sfruttata meglio, ma questo ormai non ha più importanza.

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Lo storytelling applicato al nuovo Papa

La cosa è andata così. Nei minuti in cui la storia del mondo stava cambiando, me ne stavo beato e distratto su Skype con un amico a cazzeggiare. Di fumate bianche non avevo il minimo sospetto.

Con la coda dell’occhio ho iniziato però a scorgere gli aggiornamenti della mitica Roberta Maggio, che intorno alle 19.30 scriveva su Facebook post del tipo:

Se aspetta che spiove per affacciarsi, andiamo lunga.
Affacciati al balcone, rispondimi al citofono.
Da quanto si sta facendo aspettare è una donna.

Come uno scimpanzé di laboratorio, mi sono illuminato di colpo e ho realizzato che stava per affacciarsi il nuovo Papa. Davanti alla tv, ho scelto di seguire La7. E ho fatto bene. Perché non appena è arrivato l’annuncio che il sostituto di Benedetto XVI sarebbe stato il cardinale Bergoglio, mentre su RaiUno calava un silenzio inquietante, Mentana aveva pronta la notizia: «È di origine italiana: è figlio di un ferroviere piemontese!». Accidenti! Ha detto proprio piemontese?? Leggi tutto

Il Beautiful Day 2012 visto alla rovescia (dietro le quinte)

Mi sono detto: mi siedo, accendo il computer e ti racconto quello che ho visto e che la folla di 1.200 persone sedute nella platea del teatro Dal Verme di Milano non ha vissuto. Il cosiddetto “backstage” (che fa tanto figo, basta che sia inglese).

L’impulso mi è venuto anche dopo aver letto la triste notizia che tre giovani calciatori olandesi di 15-16 anni hanno provocato la morte di un uomo che faceva il guardalinee in una partita amichevole. Alla fine della gara l’hanno pestato a sangue, causandogli danni cerebrali, e di fatto la morte. Follia pura. Desolazione.

Forse ti starai chiedendo: cos’è il Beautiful Day? E cosa c’entra con la scrittura e la comunicazione la morte di un guardalinee su un campetto di calcio della sperduta Olanda?

Il punto è che, se non ritroviamo in fretta la nostra capacità di vedere il mondo da un’altra prospettiva – e quindi non impariamo a comunicare, scrivere e fare (farci) domande in maniera diversa da come lo abbiamo sempre fatto – saremo destinati a leggere sui nostri giornali sempre più notizie di quel genere. E, peggio ancora, ad assuefarci senza neppure essere attraversati da un moto di ribellione.

Beautiful Day

L’evento di cui ti racconto è quello che si è svolto domenica 2 dicembre grazie all’idea e all’iniziativa di Livio Sgarbi (fondatore della società Ekis, specializzata in coaching e crescita personale) e di Stefano Monticelli (autore televisivo cresciuto nella scuderia di Radio DeeJay).

Il Beautiful Day è ormai da diverse edizioni una giornata dedicata allo sviluppo personale, al coaching e alla formazione. Il ricavato di questo evento (il cui biglietto era di 30 euro) è andato tutto in beneficenza. Gli oltre mille partecipanti hanno piacevolmente vissuto una giornata di seminario nella quale hanno potuto vedere e ascoltare le testimonianze di personaggi che hanno raccontato il loro “mondo alla rovescia” (tema dell’edizione di quest’anno).

“Il Mondo alla Rovescia è quando pensi e agisci in maniera divergente, diversa, rispetto a ciò che fa la maggioranza delle persone o dalle indicazioni che ricevi dal mondo intorno a te”

Per ciò che riguarda gli ospiti e il programma della giornata, ti rimando al blog di Livio Sgarbi e alla specifica pagina del Beautiful Day. Ciò che posso fare di interessante per te è raccontarti con un breve reportage cosa sia accaduto dietro le quinte.

Mi trovavo infatti nel backstage dell’evento in qualità di giornalista e fotografo per Torino Storytelling, un progetto di comunicazione nato da qualche mese (e di cui ti parlerò meglio in un successivo post).

“Armato” del mio smartphone, e soprattutto dotato di pass per muovermi con tranquillità nello spazio dei camerini degli artisti, ho potuto liberamente scattare una buona quantità di immagini, che abbiamo pubblicato in tempo reale su Instagram, Twitter e Facebook. Questo servizio ha dato a chi non c’era, ma anche a chi era in platea e voleva seguire in contemporanea una diretta dietro le quinte, la percezione di cosa stesse avvenendo. Non solo tra i protagonisti di Ekis, ma anche con i “vip” ospiti della giornata.

Per la galleria completa delle immagini, puoi navigare la pagina Instagram di Torino Storytelling.

Già un paio d’ore prima dell’apertura dei “cancelli”, sul palco del teatro (e lungo la platea) era tutto un viavai di prove: entrate in scena, sequenza giusta delle slide, luci che dovevano sincronizzarsi, audio e video da far partire con il tempismo necessario. E poi lo staff: decine di splendidi volontari che rifinivano le ultime indicazioni per coordinare l’afflusso degli spettatori. Il tutto sotto la supervisione di Milo Bazzocchi, vero demiurgo dell’organizzazione dell’intera giornata. E di Giuseppe Montanari, Sabrina Spina, Silvia Tomba, Fabio Lazzaretti, Luca Taverna, Roberto Ivaldi e molti altri.

È un momento molto intenso, che precede qualunque messa in onda. È quella fase dove ognuno cerca di raccogliere la propria concentrazione, cercando da un lato di seguire quello che sta accadendo, e dall’altro prestando attenzione alla scaletta mentale di ciò che dovrà sviluppare da lì a qualche ora. C’è un’energia sovrapposta e una giusta tensione che si cerca di scaricare con modalità diverse.

Sia Livio, che Roberto Pesce, Andrea Grassi e Alessandro Mora (coach di provata esperienza ventennale) hanno in questi attimi l’occasione di sperimentare su se stessi ciò che insegnano quotidianamente ai loro allievi. Gestione dello stato d’animo, fiducia nei propri mezzi, focus sulle parti più delicate del proprio intervento, public speaking, soddisfazione anticipata nel proiettarsi mentalmente già al termine della giornata.

C’era chi, come Andrea Grassi, stava seduto in camerino a riguardare le slide al computer, magari per ritoccare qualcosa fino all’ultimo istante. Chi come Livio preferiva alleggerire la pressione andando avanti e indietro, parlando con gli altri, sorridendo e abbracciando gli ospiti che via via arrivavano.

Poi Alessandro Mora (Alle), carico a manetta, concentrato sui dettagli dell’abbigliamento e serissimo al momento di essere microfonato. Infine Roberto Pesce (Fish) che scuoteva il gruppo con le sue battute, salvo poi ritornare concentrato al momento del confronto sui tempi dell’intervento.

Gli ospiti del Mondo alla Rovescia

Tra i cosiddetti vip “esterni”, il più teso era certamente Lauro Lenzoni, imprenditore che ha raccontato brillantemente la sua storia sul palco, ma che dietro le quinte fin dalle prime ore del mattino, camminava nervosamente avanti e indietro, ripetendo ad alta voce alcuni passaggi e caricandosi con frasi e ancoraggi motivazionali.

Nel pomeriggio è arrivato Marco Berry, famoso reporter della trasmissione “Le Iene”. Berry non è quasi neppure passato nei camerini: in camicia e jeans si è presentato di fronte alla platea per parlare della sua onlus che costruisce ospedali in Somalia. Elettrico e focalizzato: Berry è un grandissimo osservatore delle persone, la sua energia tagliava il palco e i camerini.

Grandissima ammirazione, da parte nostra e di tutto il pubblico, per Francesca Braglia, biologa ed esperta in alimentazione e cucina naturale. Francesca, con un po’ di tensione dietro le quinte – stemperata grazie alle chiacchiere fatte con la sorella Silvia – ha portato a casa il suo intervento, parlando della sua associazione “Di sana Pianta” e riuscendo a non farsi intimorire al pensiero di una così folta platea di fronte a sé.

È stata poi la volta di Linus, popolarissimo direttore e conduttore di Radio Deejay. Che dire: per lui è stata una passeggiata nel vero senso del termine. Abituato da oltre 30 anni a parlare in pubblico, è arrivato per raccontare la sua storia, attraverso un’intervista condotta da Livio. Ha parcheggiato davanti all’ingresso artisti, è passato in camerino dove ha posato la sua giacca a vento, e poi ha aspettato buono il suo turno. Paradossalmente non è stato facile per lui, finito l’intervento e rientrato in sala stampa, mettersi di fronte a una telecamera e raccontare il Beautiful Day. “Potete farmi delle domande?” è stata la sua richiesta. In effetti, dopo tanti anni di botta e risposta a due in radio, il monologo è sempre qualcosa di poco naturale e spontaneo.

Prima di Stefano Monticelli – che insieme a Livio ha pensato e voluto questo Beautiful Day, e che dietro le quinte era emozionato dopo aver parlato della recente scomparsa del padre – è stata la volta di Igor Sibaldi. E qui mi alzo in piedi. È stato lui, a nostro avviso e non solo nostro, il vero performer della giornata. L’uomo che non ti aspetti (pochissimi lo conoscevano prima di domenica) è quello che ipnotizza la platea grazie alle sue teorie sulla disobbedienza e sull’aldilà personale. Nei camerini è scivolato quasi in silenzio, sul palco è stato trascinato da un soffio di energia. Poi, una volta chiusa la mini-conferenza, ha amabilmente chiacchierato con tutti, dai cameramen allo staff, da noi giornalisti agli stessi compagni di Beautiful Day. Ci ha lasciato tutti con il cuore più caldo, con più vitalità ed energia.

“La scoperta è l’esatto contrario dell’errore. Se tu scopri, non puoi sbagliare. Si comincia a sbagliare non appena si smette di scoprire”.

 

Fornero e Monti, emozioni “rubate” al tavolo da pranzo

Per comunicare con efficacia il tuo Personal Brand, impara a raccontare te stesso e il tuo business attraverso le immagini. Non solo pensando alla diffusione via web, ma anche alla potenza che certe buone fotografie stampate possono infondere ai valori che contraddistinguono la tua attività.

Ricorderai che fino a qualche anno fa i giornali quotidiani non erano stampati a colori: le foto in bianco e nero (per via della bassa definizione) non riuscivano a trasmettere le sfumature emotive dell’evento rappresentato o della persona ritratta. Più avvantaggiati erano i settimanali, che con le loro pagine colorate e patinate evocavano maggiore forza rappresentativa. Leggi tutto

Giorgio Squinzi (Confindustria) ha un buon ufficio stampa

Non aveva bisogno di presentazioni il bergamasco Giorgio Squinzi, neopresidente di Confindustria e amministratore del gruppo Mapei (leader mondiale nelle colle e adesivi per mattonelle). Ma vorrei farti notare come il suo ufficio stampa abbia lavorato bene. Obiettivo: far uscire attraverso i media il personal brand di un uomo conciliante nei toni, ma amante delle sfide dal sapore sportivo. Leggi tutto

Il personal branding di Saviano: l’unico modo per vincere

È interessante analizzare il linguaggio di Roberto Saviano per capire la sua abilità di artigiano della parola, sia scritta che verbale.

Uno degli obiettivi di Scrittura Vincente! è d’altronde quello di aiutarti a comprendere con più attenzione i meccanismi che sottendono la comunicazione efficace e il modo d’esprimersi delle persone. Abituandoti a “guardare oltre”, a intuire che cosa si nasconda dietro una frase all’apparenza innocua, potrai leggere con migliori risultati le intenzioni degli interlocutori e costruire con più consapevolezza la struttura delle tue frasi.

Saviano, dunque!

Come già sai, non mi interessa entrare nel merito dei contenuti. Saviano può essere più o meno simpatico, si può essere d’accordo o in disaccordo con le tesi da lui sostenute. Qui ci è utile capire come l’autore di Gomorra conduca il marketing di se stesso, quale sia la sua linea di personal branding. Proprio perché sa di essere un personaggio che divide, Saviano è attento a non deludere i suoi due target: quelli che lo adorano e coloro invece che lo attaccano a ogni piè sospinto.

Saviano alle Invasioni barbariche

Mi hanno colpito alcune cose di Saviano ospite nel programma di Daria Bignardi su La7. C’era la curiosità di rivederlo nel ruolo di outsider, dopo sei mesi passati in America. Nei primi minuti di trasmissione, è stato intervistato da Lorenzo Jovanotti in una sorte di coup de théâtre che ha spiazzato i telespettatori delle Invasioni.

In questi primi minuti, i due hanno parlato di Berlusconi (senza nominarlo) e di Monti (nominandolo invece come prima parola dell’intero dialogo, quasi una sorta di titolo per settare da subito il livello della conversazione).

“Solo un anno fa era inimmaginabile” ha detto Saviano – privilegiando il canale visivo che aiuta a descrivere le proiezioni future – lasciando intendere “era inimmaginabile che al governo andasse un personaggio così opposto rispetto al suo predecessore”.

Saviano continua: “Il 20 gennaio scorso le agenzie di stampa battevano la notizia di Berlusconi bacchettato dalla Chiesa per i suoi comportamenti poco rispettabili”. Qui Saviano vuole consolidare il suo personaggio di persona documentata, che parla in base alle carte scritte, che è attento alle contraddizioni e che non vede l’ora di esporre i confronti SilvioB-MarioM.

E se ci abituiamo ai tecnici?

Saviano adotta un passaggio teatrale, che va a colpire tutti e tre i sistemi rappresentazionali. La frase è “Il mondo ha fatto un giro”, bella immagine per i visivi. Ma alle parole aggiunge un gesto delle mani che disegnano una circonferenza e si scontrano (cinestesico) con un suono di sottofondo (“bam”, ben gradito dagli uditivi).

Più avanti, imbeccato da Jovanotti (che faceva da spalla, visti i temi politici), introduce il tema del governo tecnico. “È vero che il tecnico è come un idraulico, ti risolve solo il problema senza darti consigli in generale sul miglioramento della casa…”. Qui i due, con un’intesa maliziosa, lasciano qualche secondo di pausa che ogni spettatore può riempire. Nel caso che qualcuno sia rimasto fermo, sono loro a completare i puntini della frase: “Se poi funziona e ci abituiamo così tanto ai tecnici, come facciamo a tornare ai politici?”.

Saviano ha necessità e urgenza di ripresentarsi come interprete del sentimento dei giovani lontani dalla politica. Sui suoi profili social (Twitter e Facebook) utilizza un linguaggio cauto, evocativo, quasi didascalico. La sua assenza dall’Italia per sei mesi era stata bacchettata da qualche osservatore come una “fuga” in America. Per evitare di far passare il messaggio “ora ritorno sul carro del vincitore”, Saviano mescola un po’ di pragmatismo anglosassone, così da giustificare il suo soggiorno a New York. Di fatto – è ciò che sta dietro le sue frasi – non si è trattato di fuga ma di un periodo di studio e confronto. In verità ha potuto rifiatare rispetto alle stringenti misure di protezione a cui è sottoposto in Italia.

Tanto è vero che i giovani di Zuccotti Park l’hanno chiamato a parlare come interprete dell’Italia che reagisce alle mafie. È una sorta di patente di fedeltà alla causa, la sua. Un master preso sul campo della protesta americana, laddove gli indignati sono ferocemente determinati e abili nella comunicazione “al punto – testimonia Saviano – da mettersi in fila ordinatamente per farsi arrestare” (e qui scatta il paragone implicito con le proteste di piazza San Giovanni a Roma, dove i black bloc misero a ferro e fuoco mezza Capitale).

Per sostenere la causa che Monti vada sostenuto anche oltre il suo mandato naturale, lo scrittore rilancia il tema “la politica dovrebbe essere visione”. Ottimo per i visivi e utile invece per i cinestesici ‘concreti’ il passaggio quando aggiunge “è come nella vita: progettualità, costruzione, non soluzione immediata”.

L’ossessione per le mafie

Chiudo con alcuni riferimenti che Saviano – sempre spalleggiato dall’amico e ammiratore Jovanotti – porta di se stesso. Del suo brand personale.

“Così elegante sembri un boss” gli dice (divertito per il doppio senso) il cantante. “Ho cercato di essere più presentabile” risponde Saviano. Qui torna ancora il tema dell’auto-immagine di persona “impresentabile”, che alla fine si rifà all’unico modello che gli incute ribrezzo (e forse ammirazione): il boss!

C’è un po’ di ossessione – lo confessa lui stesso – nella simbiosi con il tema delle mafie. Va bene che per rafforzare il personal branding occorre essere super-specializzati. Ma in qualità di grande esperto di criminalità organizzata, Saviano ci racconta che per lui le mappe delle città nel mondo non sono quelle turistiche, bensì quelle delle bande di quartiere.

Sempre in tema look, ecco il riferimento alle scarpe consumate camminando per New York (messaggio implicito: qui in Italia non posso fare nemmeno un passo da persona libera).

L’unico modo per vincere

In chiusura Saviano mi ha strappato un sorriso amichevole. Si parla della crisi che ha falciato posti di lavoro, speranze, fiducia nel futuro. Lo scrittore si ribella a questa immagine di rassegnazione e porta il paragone di se stesso, partito senza aiuti da un paesino in provincia di Caserta. Che è emerso dal nulla grazie alla forza delle sue parole. La parola al centro. La parola scritta, la parola urlata e persino sussurrata. “Questa crisi è un’occasione – ha detto – è inutile inseguire un lavoro sicuro. Quello schema non esiste più, ce l’hanno tolto da sotto gli occhi. Tanto vale fare quello che uno sente, trasformare le proprie passioni in una professione, in un mestiere. Saremo più convincenti, staremo meglio. È l’unico modo per vincere”.

Bravo Roberto.


Saviano: «A New York per sfuggire dalla cattiveria»

La puntata delle Invasioni Barbariche

Se vuoi approfondire questi temi, leggi anche:
La Pnl applicata al discorso di Mubarak

La comunicazione persuasiva di Giuliano Ferrara

Il segreto del boom di Fiorello? La scrittura vincente

La seconda puntata dello show di Fiorello su RaiUno – Il più grande spettacolo dopo il weekend – ha totalizzato una media di oltre 12 milioni di spettatori, con uno share del 42 per cento. Numeri impressionanti in tempi di crisi della tv generalista. Più del Festival di Sanremo, di Vieni via con me di Fabio Fazio o della Nazionale di calcio.

Proviamo ad analizzare insieme perché la comunicazione e il brand personale di Fiorello raggiunge vette così alte.

  • Il pubblico è stanco dell’approssimazione, è sazio di reality e di “talent”. Il sentimento nazionale, anche in politica, è simile a quello susseguente a un’indigestione di nani e ballerine. Al posto della superficialità la gente cerca i professionisti, i tecnici, gli affidabili. E la tv, anche come gusti, è in parte lo specchio del Paese.
  • La qualità con la Q maiuscola si esprime attraverso il talento e l’applicazione. La squadra che sta dietro alla trasmissione di Fiorello – autori, registi, scenografi, coreografi, musicisti – è collaudata da circa dieci anni. Ha iniziato a lavorare ai primi di settembre, con medie di parecchie ore al giorno. Cura dei dettagli, basi solidissime, preparazione maniacale, prove generali come si fa in ogni show professionale.
  • Alla volgarità Fiorello oppone l’educazione, il sorriso, la battuta gentile. Nessuna parolaccia, nessun ospite o spettatore messo alla berlina. La sua è una concezione di vita opposta, uno stile di narrazione che chiede di abbandonarsi alla gradevolezza della finzione.
  • La squadra di autori è specializzata nello scrivere testi sui diversi ambiti della quotidianità. C’è un esperto per scrivere battute sull’attualità, uno per la politica, uno per le analisi sociali, uno per il costume, uno sui social media (Twitter in particolare). Sopra tutti c’è il coordinatore e supervisore teatrale, il coach della squadra (Giampiero Solari) co-autore storico di Fiorello.
  • L’elenco dei professionisti di grande qualità è composto da Cristiano D’Alisera (regista), Gaetano Castelli (scenografo), Daniel Ezralow (coreografo), Enrico Cremonesi (autore musicale), Claudio Fasulo (organizzazione tempi televisivi e scaletta) e Marco Baldini (spalla e autore di gag).
  • Il gruppo è solidissimo, è una sorta di palestra creativa. C’è amicizia, ci si frequenta anche extra lavoro con le famiglie. Non esiste litigio, ma “metodo maieutico”. Per Fiorello, soprattutto, deve esserci il gioco e il sogno. Ma alla base resta una grande consapevolezza del palcoscenico, una cultura dello spazio e del luogo.

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Alcuni spunti per il tuo Personal Branding

  • Metti una grande professionalità in quello che fai: la preparazione meticolosa paga sempre.
  • Allarga le tue fonti di informazione (e formazione) così da abbracciare la sensibilità di un pubblico eterogeneo.
  • Dopo aver consolidato la base del tuo messaggio, specializzalo in modo da renderlo unico e diverso da quello degli altri.
  • Usa un linguaggio semplice e diretto. Scrivi le tue presentazioni come una storia che coinvolga e affascini il tuo pubblico.
  • Lavora per essere percepito come “esperto” in quel settore particolare. Pubblico di qualità vuol dire referenze di qualità.
  • Mantieni il buon umore e l’atteggiamento positivo. Nei momenti di crisi, la gente ha bisogno di frequentare persone che sanno sfidare gli eventi con l’arma del sorriso e dell’intelligenza.

Scrivere dal carcere

Nel tempo che dedico quotidianamente alla lettura dei giornali, mi imbatto in un articolo un po’ particolare. Si parla di calendari, un argomento molto di moda in questi pochi giorni che ci separano al nuovo anno.

Ma su questo calendario non ci sono calciatori o veline. E neppure bolidi fuoriserie. Le facce sulle foto sono quelle dei carcerati romani di Rebibbia: lo Stellina, er Balilla, il Poeta.

Volti e sguardi che raffigurano ergastolani, rapinatori, pluriomicidi imprigionati nel cosiddetto braccio a lunga reclusione. Leggi tutto