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La Pnl applicata al discorso di Mubarak

Sei abituato, in questo blog, a trovare post dove mi esercito ad analizzare discorsi o testi di uomini politici. È un ottimo aiuto per capire insieme – io che scrivo, tu che leggi e commenti – quali siano le leve che spingono il linguaggio di un leader in una direzione più o meno specifica.

È capitato nelle scorse settimane per Berlusconi, personaggio che si presta a diverse interpretazioni. Capita oggi per Hosni Mubarak, l’attuale presidente egiziano, intenzionato a cedere i poteri ma non disponibile (per ora) a dimettersi.

Mubarak – va premesso – è fra i maggiori fautori, all’interno del mondo arabo, di una riconciliazione con l’occidente e di una risoluzione di pace con Israele. Oggi, oltre a essere riconosciuto uno dei più stretti alleati di Washington, è storicamente considerato un efficace (e tenace) mediatore tra palestinesi e israeliani.

Il contropiede di Mubarak

Ieri, durante la giornata e tra i manifestanti di piazza Tahrir al Cairo, si era creato un clima d’attesa che faceva presagire l’annuncio delle dimissioni di Mubarak. Ma il raìs ha preso tutti in contropiede, specialmente i suoi alleati americani, dicendo che “resterà nel suo Paese fino alla morte”.

Vediamo qualche passaggio nel dettaglio, anche in funzione dei diversi sistemi rappresentazionali (visivo, auditivo, cinestesico). Mi scuso se non mastichi troppo di Pnl, ma sono considerazioni semplici e immediate. E dunque facilmente intuibili.

Morbido ma fermo

A livello emotivo, Mubarak ha cercato da un lato di rassicurare il suo popolo, creando quello che in Pnl si chiama “rapport”, ovvero un’empatia iniziale per ammorbidire la tensione. Dall’altro ha comunque ribadito la sua ferma volontà a non piegarsi ai dettami che vengono dall’estero.

Ha chiesto scusa “alle famiglie delle vittime della repressione della Polizia: il sangue dei vostri martiri non è stato versato invano”. Poi ha annunciato elezioni “libere e trasparenti”. Dunque, un passaggio iniziale che va incontro alla sensibilità della folla, che cerca di calmare gli animi.

Notiamo una presupposizione, che è una mezza ammissione: se le prossime saranno libere (canale cinestesico, il senso di libertà è una sensazione fisica) e trasparenti (canale visivo), implicitamente ci confessa che le precedenti non lo erano state. O comunque così non erano state percepite dal popolo e dagli osservatori.

Sangue e strategie

Mubarak alterna immagini forti e immediate (sangue dei martiri) a passaggi rassicuranti (transizione pacifica, un concetto che può arrivare attraverso tutti e 3 i canali). È lui a farsi carico (cinestesico) del passaggio di poteri, è lui ad aver individuato una chiara (visivo) strategia.

Il senso del discorso è comunque incentrato sulla voglia di resistere (patriottismo di un personaggio non così debole come altri leader dei Paesi mediterranei) e sulla possibilità di un’uscita di scena alle sue condizioni (messaggio agli interlocutori internazionali, specialmente al presidente Usa, Barack Obama, che è parso contrariato da questo colpo di coda del raìs).

E ora tocca a te

Ti rinnovo, quindi, l’invito delle prime righe. Esercitati a leggere “dietro le quinte” di un discorso, di un’intervista, di un dibattito televisivo. È davvero importante saper riconoscere le diverse tipologie di messaggio utilizzate da persone che sanno costruire con abilità i loro interventi.

Imparando a prendere consapevolezza di questi strumenti, anche tu diventerai sempre più abile a usare la scrittura come un mezzo efficace, pieno di energia e passione. Da quelle righe uscirà quello che pensi.

Da quella pagina si capirà chi sei e di cosa sei capace.   🙂

Comments

Ilaria Cardani
Reply

Caro Alessandro,

mi dispiace dissentire amichevolmente :). Non tanto perché ho gioco facile sapendo io – che scrivo dopo di te – che il “grande oratore” di cui parli ha resistito poche ore dopo questo discorso, ma perché, ammesso e non concesso che Mubarak abbia usato abilmente un linguaggio legato ai sistemi rappresentazionali, qui conta ben poco “il dietro le quinte”.
Conta di più la realtà dei fatti: se per 30 anni non crei rapport con il popolo che governi (governi, non controlli o tiranneggi) non recuperi “rapport” con una frase. Ha usato immagini forti e immediate?
Ma se erano sulla soglia della guerra civile! Ha usato termini cinestesici (libertà)? Ma sono stati 30 anni di dittatura! Ma questa gente vive nella miseria! E visivi?
Non riesco nemmeno a immaginare quali fossero le sensazioni (e la “sinestesia”) di quei milioni di persone in piazza con i sassi e le spranghe in mano, i carrarmati di fianco: credo pero’ che le vuote parole del rais abbiano dovuto passare filtri percettivi molto forti…
Mi spiace, c’è una regola fondamentale nella leadership (quella vera, che non è sopruso e dittatura): i fatti valgono più delle parole.
E anche i valori delle persone (quelli, per dirla sempre con la PNL, che stanno nella parte alta dei livelli di pensiero).
“Libertà” per chi è in piazza a combattere è un valore, non una sensazione (come, forse, per coloro che si fanno la doccia dopo essere rientrati dal lavoro 🙂 ).

Grazie per l’articolo e per la possibilità di commentare 🙂 .

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