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Scrivere dal carcere

Nel tempo che dedico quotidianamente alla lettura dei giornali, mi imbatto in un articolo un po’ particolare. Si parla di calendari, un argomento molto di moda in questi pochi giorni che ci separano al nuovo anno.

Ma su questo calendario non ci sono calciatori o veline. E neppure bolidi fuoriserie. Le facce sulle foto sono quelle dei carcerati romani di Rebibbia: lo Stellina, er Balilla, il Poeta.

Volti e sguardi che raffigurano ergastolani, rapinatori, pluriomicidi imprigionati nel cosiddetto braccio a lunga reclusione.

Il calendario 2011 dei detenuti si chiama “Schegge di vita” e comprende immagini di uomini che giocano a pallone, leggono in biblioteca e ascoltano in classe la lezione di informatica. Il tempo per loro sembra non passare mai.

L’iniziativa è lodevole: il ricavato delle vendite viene devoluto all’associazione “A Roma insieme” che si occupa dei figli da zero a tre anni delle detenute, bambini costretti a vivere reclusi con le madri.

Scrivere dal carcere è una consolazione

A quel punto dentro di me partono pensieri ed emozioni collegati tra loro. Sento stringere il petto quando mi immedesimo – ma per certi versi è uno squallido gioco – in chi vivrà il Natale dietro le sbarre, con in braccio il proprio figlio di pochi mesi.

Senza albero di Natale, né presepe, né regali per alleviare la tristezza della detenzione.

Penso che la scrittura, la scrittura che tanto cerchiamo di celebrare in questo blog, sia a volte l’unica piccola difesa per riuscire ad evadere da quelle finestre.

E provare a volare sopra la Capitale, lungo i colli fradici di pioggia, verso il litorale. Nel cielo ormai buio dove sfrecciano gli aerei che incroceranno la slitta di Babbo Natale.

Scrivere una lettera, una cartolina, un messaggio. Per i detenuti è una magra, ma in ogni caso irrinunciabile, consolazione.

Sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che ti leggerà, e che si emozionerà per quelle parole vergate a penna su un foglio a quadretti, è qualcosa che ti alleggerisce.

Magari dura un attimo. Magari è una scintilla natalizia.

Ma ne vale la pena.

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