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Marco Ansaldo e quel libro che non riuscirò a regalargli

Sono passati almeno sette o otto anni. L’ultima volta che avevo incontrato Marco di persona avevamo preso un caffè alla pasticceria Della Ferrera di via Tripoli angolo via Filadelfia. A pochi metri dal vecchio stadio Comunale dove – grazie a lui e al caposervizio del Corriere dello Sport di Torino, Enzo D’Orsi – avevo mosso i primi passi come cronista sportivo seguendo la Juve e soprattutto il Toro.

Marco aveva i capelli tagliati corti quasi a spazzola, un’aria sana anche se un po’ rassegnata. Alla mia domanda se ci fossero spiragli lavorativi, lui rispose con la solita schiettezza: “In questo periodo a Torino e alla Stampa non si muove una paglia…”. Prima di salutarci, mi guardò fisso negli occhi e mi chiese perché all’epoca, a fine anni Ottanta, avessi abbandonato la strada dei giornali per andare a occuparmi di comunicazione d’impresa e formazione. In realtà non mi fece rispondere: si limitò a guardare mia moglie, che mi stava a fianco, e le disse “Ha fatto una cazzata”.

Negli anni ho ripensato qualche volta a questa frase di Marco, ma mi sono sempre risposto che no, non avevo fatto una cazzata. Che grazie a lui, a D’Orsi, a Massimo Gramellini avevo imparato le basi di un mestiere. Un lavoro che probabilmente mi sarebbe stato stretto e che – come in Sliding Doors – avrebbe cambiato tutta la mia vita rispetto a quella che è adesso.

Marco era solo rammaricato. Vedeva in me una luce, delle capacità di scrittura che aveva innaffiato con tanta passione e delicatezza, come so che ha fatto per decine di altri giovani da lanciare. Gli sembrava che avessi buttato via un’occasione. Forse l’ho solo sfruttata meglio, ma questo ormai non ha più importanza.

Senza fiato

Ciò che apre il cuore e lo trafigge è, invece, ricevere la notizia via sms da Debora Vaglio, una cara amica in comune, giornalista anche lei, che alle quattro di ieri pomeriggio mi lascia senza parole scrivendomi “mi dispiace doverti dare una terribile notizia…”. È incredibile come, dopo tanti anni che non ci incontravamo o sentivamo, da settembre avevo ricominciato a pensare a lui perché non trovavo più la sua firma su La Stampa. Ero abituato a leggere la sua scrittura “vincente”, così come me la ricordavo già trent’anni fa. Non trovarla mi aveva messo addosso uno strano senso di inquietudine.

Avevo chiesto a questa amica comune che fine avesse fatto, temendo che potesse stare male di salute. Lei mi aveva in parte tranquillizzato dicendomi che era “soltanto” andato in pensione e che adesso avrebbe potuto finalmente riposare un po’ dopo le migliaia di chilometri macinati in lungo e in largo per il mondo, a seguire Mondiali ed Europei di calcio, Olimpiadi e gare internazionali di ciclismo e scherma.

Ero praticamente pronto a chiamarlo per regalargli di persona un mio libro che uscirà a fine ottobre. Il suo nome era (anzi è) tra quelli che ringraziavo di cuore per avermi fatto da maestro quando sognavo giornalismo giorno e notte. Ora che Marco non c’è più fisicamente, il pensiero di non potergli regalare questo libro e di non poter sentire il suo saluto (“Ciao, vecchio!”) mi rende triste. Mi toglie un po’ il respiro.

Da Platini a Morandotti

E mi abbandono quindi a tanti di quei momenti passati insieme, alle interviste fatte con lui negli spogliatoi a campioni come Platini e Leo Junior, ad allenatori delle squadre ospiti come Vujadin Boškov, Osvaldo Bagnoli, Eugenio Bersellini e Ottavio Bianchi. Personaggi spigolosi che lui conosceva bene grazie a una stima e a una passione reciproca. In conferenza stampa, la sua domanda era tra le più attese, perché non aveva paura di nessuno.

Ricordo episodi personali con frasi del tipo “Come ti sei tagliato i capelli? Sembra che hai un basco in testa!” oppure “Guarda che mentre eri in giro per l’Italia a Capodanno, qui la Berloni basket di Riccardo Morandotti ha cambiato allenatore. E tu hai preso un buco”.

Un fratello maggiore che aveva nove anni più di me e mi proteggeva dalle insidie di questo mestiere. Ricordo anche che – prima dell’avvento dei computer in redazione (quella storica del Corriere dello Sport a Torino, in piazza Solferino 3) – mi chiese di poter usare la mia Olivetti Lettera 35 portatile perché si faceva meno fatica e non si incastravano le dita fra i tasti.

Quello scoop mondiale a Reykjavik

Tra le lezioni di giornalismo ricevute, ricordo un episodio significativo della passione per questo mestiere. Ansaldo era inviato al seguito della Juventus per una trasferta di coppa dei Campioni in Islanda. Era il 1 ottobre 1986: la Juve sconfisse fuori casa il Valur con quattro reti (Platini e Laudrup). Tra i giornalisti sportivi presenti a Reykjavik c’era anche Gianpaolo Ormezzano (classe 1935!). Per caso, da un cameriere dell’albergo, Ormezzano venne a sapere che si stava preparando un grande evento in segreto. Domanda dopo domanda, venne fuori uno scoop mondiale: il presidente Usa Ronald Reagan e quello sovietico Gorbachev si sarebbero incontrati proprio lì dieci giorni dopo. Un vertice di importanza planetaria che avrebbe segnato una distensione nel clima di guerra fredda di quegli anni.

Marco Ansaldo ci raccontò poi che, non appena Ormezzano si rese conto di avere tra le mani un’esclusiva mondiale, convocò nella sua stanza tutti i giornalisti sportivi presenti sul posto. Cronisti giovani e inesperti di politica, capitati lì solo per raccontare una partita della Juve. Quella stanza per qualche ora diventò il centro del mondo. Ormezzano divise i compiti e iniziò a dettare pezzi al telefono in diverse lingue straniere. “Quello – ci disse Ansaldo al ritorno – era l’essenza del giornalismo. Chi ha il mestiere nel sangue può raccontare qualsiasi storia, ovunque, in qualsiasi momento”.

Gol e sudate

Ai primi di luglio del 1987, mentre i calciatori della serie A erano ancora in vacanza, rimanemmo io e lui da soli in redazione per un paio di settimane. Le notizie erano poche, l’afa era terribile, si stava quasi sempre in ufficio dove le mura erano antiche e le stanze fresche. Non ricordo chi dei due un giorno si presentò con una pallina da mini-calcio, una versione ridotta del Super Tele. Ci guardammo come nel film Marrakech Express, al momento della partita sulla spiaggia. Iniziarono così una serie di sfide uno-contro-uno, con le sedie usate come mini-porte e i tiri a effetto a sfiorare i faldoni di giornali sulle scrivanie.

Ciao Marco, avrei voluto ancora abbracciarti. Ma va bene così. I giornalisti non vanno mai in pensione. Piuttosto se ne vanno.

Comments

Mercedes
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Ci si sente un po’ orfani, un po’ spaesati con mancanze come queste. Mi hai commossa Ale con questo articolo. Leggerò il tuo libro ad alta voce così le parole raggiungono quelli che dovevano andare via prima. Un abbraccio.

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