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Cosa ci ha insegnato il caso Schwazer? Intervista al mental coach Pasquale Acampora

Ricorderai senz’altro il caso mediatico dell’estate 2012. Quello di Alex Schwazer – medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino 2008 – escluso dagli ultimi Giochi di Londra perché positivo al test anti-doping.

In agosto, durante una drammatica conferenza stampa (di fronte alle telecamere di tutto il mondo), il marciatore altoatesino aveva ammesso di aver assunto l’Epo, il potente ormone che aumenta le performance degli atleti grazie all’apporto di ossigeno ai muscoli e al cuore.

In questi giorni, dopo aver deciso di chiudere definitivamente con il mondo dello sport e dell’atletica (e in attesa di iniziare la sua nuova vita da studente universitario in Austria), Schwazer ha saputo di essere ufficialmente indagato dalla Procura di Roma: rischia una pena da tre mesi a tre anni di reclusione.

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In questo blog parliamo spesso di comunicazione e di coaching. L’obiettivo è che tu possa trarre spunti dalle testimonianze di professionisti che lavorano al fianco di grandi personaggi della politica, dello sport e dell’economia in generale.

Per sviscerare meglio il caso Schwazer, e parlare di strategie mentali, Scrittura Vincente ha intervistato per te Pasquale Acampora, mental coach e formatore di livello europeo.

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La vicenda di Schwazer ha riportato in primo piano la gestione degli stati d’animo per gli atleti di livello internazionale. Il suo motto era “La vittoria o niente” . Come si fa a gestire una pressione mentale ed emotiva del genere, senza uscire fuori di sé?

Uno degli aspetti con cui mi trovo spesso a lavorare con i miei atleti è proprio la gestione dello stato d’animo, perché purtroppo nessuno ci ha mai insegnato a farlo. Occorre prepararsi prima a ciò che potrebbe succedere dopo, per evitare di dover rincorrere situazioni ed eventi che poi possono diventare “più grandi di noi”.
Una medaglia olimpica è qualcosa che può cambiarti la vita, spesso in meglio: talvolta però il conto da pagare ai media, alle persone che ti sono intorno, alla gente in generale e a se stessi rischia di essere salato.
Per questo insegno agli atleti a lavorare bene sul proprio equilibrio, sulla “centratura”. Va bene essere aperti all’esterno, alle opinioni e alle valutazioni delle altre persone, ma è importante avere un’ottima capacità di valutazione, di scelta, di decisione che parta da sé. Uno sportivo professionista deve essere “autonomo”, quasi che “basti a se stesso”.
Spesso la stima di un atleta verso se stesso deriva dai condizionamenti esterni o dai risultati che ottiene. Ma un buon equilibrio – e dei buoni risultati – si possono costruire in maniera più solida e duratura partendo da sé e giudicando lo sforzo e l’allenamento profuso prima che il risultato ottenuto.

Una delle leve che sembra abbia spinto Schwazer al doping pare sia stato il confronto e il senso di competizione con la fidanzata (Carolina Kostner) campionessa di pattinaggio su ghiaccio. Da coach, ti sei  accorto se anche negli atleti di quel livello scattano le stesse invidie dei praticanti della domenica?

Il punto di partenza più “sano” è sempre il confronto con se stessi prima che con gli altri. Nello sport si comincia a migliorare se stessi, per poi poter migliorare i risultati con gli altri. Quando basi la tua stabilità dal tuo confronto sugli altri, il rischio a cui ti esponi diventa più alto e meno gestibile.
Quando lavoro con i miei ragazzi, preferisco dare loro più leve possibili su cui agire, per ottenere “potere personale”. E questo lo puoi fare solo se fai in modo che i tuoi obiettivi dipendano in primo luogo da te. Il confronto con gli altri può essere utilissimo, una grandissima leva motivazionale: ma va gestito con cura.

Quale strategia negativa può arrivare a costruirsi un atleta che scivola nel doping?

Una delle mie convinzioni è che le persone facciano la scelta migliore per loro fra le possibili scelte che pensano di avere in un determinato momento. Purtroppo un atleta che ricorre al doping temo abbia la convinzione di non riuscire a migliorare ulteriormente le proprie prestazioni se non ricorrendo a metodi dannosi per la salute e illegali.
A questo punto il primo problema non è tanto per me il doping, per quanto gravissimo, ma la percezione di non avere altra scelta da parte dell’atleta. Credo che se un atleta pensasse di avere una possibilità diversa dal doping per migliorare la propria performance la utilizzerebbe. Una scelta migliore del doping è ad esempio avere la capacità di accettare il risultato, diventando più forti in seguito alle sconfitte e godendo delle vittorie.
Avere la possibilità di scegliere per me significa avere libertà, un atleta che ricorre al doping secondo me è meno libero, quanto meno è schiavo della sconfitta, dell’opinione degli altri, del “cosa succede se non vinco”…

In questa vicenda non ti sembra spicchi l’assenza di qualcuno che avrebbe dovuto stare vicino a Schwazer, non solo dal punto di vista tecnico?

Non conosco la situazione di Alex nello specifico e quindi non ti saprei rispondere con precisione. Vista dall’esterno, e ragionando a posteriori quando tutti sono “fenomeni”, mi pare che forse qualcosa di più si sarebbe potuto fare. La cosa che auguro ad Alex adesso, visto che indietro non si può più tornare, è che ci sia qualcuno che lo possa affiancare in questo momento importante. Tanto si può ancora fare, sia per l’uomo che per il professionista, qualsiasi sia la strada che deciderà di prendere.

Che esperienza emotiva rimane nella mente di un ragazzo che quattro anni fa era medaglia d’oro olimpica, e oggi viene ricordato come un uomo distrutto che piange in mondovisione?

Anche in questo caso la risposta “giusta” ce l’ha solo Alex. Da parte mia posso solo dire che ho conosciuto persone e atleti che hanno costruito grandissime vite (a livello personale, imprenditoriale o sportivo) dopo esperienze dolorosissime.
Tutto ciò che è successo può essere visto come una “fine” o l’”inizio” di qualcosa di più grande. Dalle interviste che ho sentito di Alex, gli auguro che tutta questa vicenda gli consenta di ottenere quella serenità e quel successo personale che nulla ha a che fare con la popolarità.

Cosa possiamo dire ai ragazzi (marciatori e non) che vedevano in Schwazer un modello da seguire?

Credo che da quello che è successo ad Alex ci sia tanto da poter imparare. L’immagine che abbiamo dell’atleta che vediamo in televisione è quella di una persona che ha e ha avuto tutto dalla vita. E questa è solo una parte della verità. L’altra parte è che per essere lì occorrono tanti sacrifici, rinunce e fatiche, che sono il prezzo da pagare per i risultati che vuoi ottenere.
Ho la convinzione che, per una persona che ama lo sport, fare l’atleta professionista significhi essere un privilegiato: ma tra i vari benefici che questo privilegio ti dà non necessariamente c’è il divertimento. Credo che Alex avesse smesso di divertirsi da un pezzo e tutto ciò che un tempo amava fosse diventato solo un peso e fatica.
La cosa che mi sento perciò di dire non solo ai marciatori, ma a tutti gli atleti (e perché no a tutti i professionisti in genere, in qualsiasi ambito essi siano), è di divertirsi in quello che fanno. Ho visto che il divertimento, unito alla passione, sono due dei segreti del successo delle persone felici che ho avuto la possibilità di conoscere e con cui ho lavorato.

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Scrivi a Pasquale Acampora  (p.acampora@ekis.it)

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