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Renzi a scuola da Papa Bergoglio

Non so se nella valanga di commenti su Renzi, qualcuno ha già scritto che il neo segretario del Pd ricorda Papa Bergoglio. A me sì, e anche parecchio nella scelta dei gesti che fanno comunicazione. Come quello di convocare lo staff della sua segreteria alle 7.30 del mattino. Un messaggio che dice ai suoi elettori: ora non perderemo più tempo. «Di che vi stupite? La Merkel mi ha ricevuto all’alba delle 6.30…» ha detto Renzi, raccontando il suo incontro con la cancelliera tedesca.

Niente auto blu, niente scorta. Il mantra è quello di prendere da subito le distanze da un movimento fisico e corporeo vecchio stile, da una serie di rituali da apparato che oggi sarebbero fuori moda e contribuirebbero solo a farlo sentire – nella percezione popolare – come uno dei tanti “politicanti” che appena giunti al potere si scordano del mandato elettorale.

Matteo (come ormai familiarmente lo chiamano tutti, sul treno come per strada) sta facendo di tutto per farsi piacere da chi guarda la politica dal basso, da chi apprezza la semplicità di tutti i giorni applicata a una sfera di potere. Saluta chiunque, non disdegna di farsi immortalare col telefonino. Proprio come Francesco.

Il Papa rottamatore

Anche il Papa, il nuovo Pontefice che ci ha abituato a un calore sudamericano sconosciuto dalle parti di piazza San Pietro, ha “bucato” le folle in pochi mesi per la sua determinazione a rompere con il passato. È ormai riconosciuto come una sorta di “rottamatore” delle tradizioni, un uomo che sta avviando una serie di trasformazioni in un luogo, il Vaticano, che misura il cambiamento con la metrica dei secoli.

È notizia di oggi che Papa Francesco sia stato scelto dal settimanale americano “Time” come “Uomo dell’anno 2013”. Secondo il direttore di Nancy Gibbs «in meno di un anno Papa Bergoglio ha fatto una cosa notevole: non ha cambiato solo le parole, ha cambiato la musica».

Per tornare a Renzi, il sindaco fiorentino (mentre faceva il “panchinaro” in attesa di scalare il Partito Democratico) ha avuto tutto il tempo di studiarsi lo stile e le strategie di comunicazione applicate dai grandi del pianeta, Barack Obama in primis.

 

Matteo risulta uno di noi nelle modalità con cui si divincola dai palazzi del potere. Da quando cammina da solo per le vie di Roma, in mezzo a passanti natalizi che quasi non lo notano, a quando fa fermare il taxi per stringere la mano ad alcuni operatori della nettezza urbana. Renzi è così, ha capito che negarsi lo farebbe istantaneamente diventare vecchio, accomunato a quegli ex capi storici che per scuola politica avevano uno stile distaccato, un linguaggio celebrativo e sindacalese, uno sguardo sempre distratto verso l’interlocutore. Pensate per un attimo a D’Alema, Bersani. A Franceschini stesso.

Il contatto con la gente

Nel prendere il motorino o il treno come un cristo qualsiasi da Firenze a Roma (che è cosa ben diversa dal salutare le cuoche al Festival dell’Unità, scortati dalle guardie del corpo) il nuovo segretario ci mette la faccia – anzi “laffaccia” come si dice a Firenze – perché questo lo fa percepire come un leader che non ha paura del contatto con la gente, che vuol vincere le sfide, che ritiene gli avversari funzionali alla storia che ha scelto di interpretare.

E poi l’umorismo ne alza il gradimento in maniera trasversale. La battuta è sempre pronta, quasi alla Benigni. Racconta retroscena (di cui i giornalisti vanno pazzi) come la telefonata all’una di notte con Berlusconi (di cui fa anche l’imitazione) o quella ricevuta da Rosi Bindi, che ha ironizzato sulla sciagura a lei capitata di avere Renzi segretario e Letta presidente del consiglio.

Il paragone con Papa Bergoglio non sembrerà dunque blasfemo. Potrebbe diventarlo solo nel caso in cui anche Renzi iniziasse a baciare la fronte dei bambini, o a sventolare dalle finestre del Nazareno una confezione da sei capsule di “Misericordina”.

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