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Storytelling, 3+1 modi di ridare anima alle cose che fai

A settembre si mette ordine. Ti senti anche tu così? L’estate ci ha portato nuove storie, nuove narrazioni. Ha aperto il cuore lì dove la ruggine aveva irrigidito gli ingranaggi.

Ora il difficile è portare questa creatività nel nostro lavoro, nella vita di tutti i giorni. Possiamo provarci cambiando la prospettiva, il punto di vista, l’angolazione dello sguardo.

  • Se finora i tuoi progetti – ma mettiamoci anche i prodotti che vendi o i servizi che consigli – hanno suscitato una reazione tiepida, scontata.
  • Se negli occhi di chi doveva ascoltarti hai percepito un “sì, vabbè… passiamo avanti”.
  • Se te ne ritorni a casa con un sapore d’incompiuto.

Allora puoi provare, possiamo provare. A capire come usare lo storytelling per donare un nuovo sguardo a ciò che merita energia.

Ho catturato tre esempi più uno. Tre storie più quarantaquattromila. 3+1 modi di aggirare la banalità e ridare anima alle cose che fai. A cosa tocchi. A quello che vuoi dire prima che esca dalla gola.

Prendi spunto e fai come loro. Porta il tuo lavoro in scena. Rappresentalo credendoci. Pensando che il tuo pubblico sarà pronto a dedicarti del tempo. Dei sorrisi. O a spellarsi le mani se centrerai il bersaglio.

 

Storytelling come Personal Branding

Nicolò è un bike blogger romano di 23 anni. Da Roma ad Amsterdam, un tour a pedali. Questa volta però ciascuna tappa è una foto e la bicicletta è solo un pretesto. La protagonista del photoblog. ”Meglio bike blogger che fashion blogger. Come modelle ho delle fantastiche biciclette, svestite!”. Grazie a Instagram, Nicolò Devitiis (con l’account _divanoletto) condivide i suoi scatti in giro per il mondo.

La bici diventa un ancoraggio emozionale, ecologico e dal gusto adolescenziale. È la chiave che spalanca una porta e ci trascina al centro della scena. Una scena da animare, da riempire. I personaggi non ci sono: il coinvolgimento nasce proprio così. Chiunque guardi si inventerà una storia personale, partendo proprio da quella bici e da quella scenografia, ogni giorno diversa.

 

Storytelling del Backstage

Filippo è un fotografo di moda. Per cinque lunghi anni ha scattato molto, stando accovacciato ai piedi delle pedane, ai piedi delle modelle di ogni razza e bellezza. Ma ha scattato molto anche dietro le quinte, dietro il sipario. Dove si vivono gli attimi più frenetici, caotici, intensi dello show. Teatrali, drammatici, ma anche ironici, di humor, di frivolo luccichio.

Filippo Mutani ha messo in mostra quelle foto che raccontano l’altra prospettiva. Il flusso di stare al centro di una scena che non è una scena. Perché il racconto di un backstage si regge su un equilibrio non facile da cogliere. Là dietro c’è caos e disciplina, frenesia e riflessione, stanchezza ed eccitazione.

La bellezza è la punta dell’iceberg. Per arrivare allo splendore delle passerelle c’è tutto un mondo oscuro che sta dietro. Che nessuno vede. E che Filippo ci restituisce. Non ti viene voglia di imitarlo?

 

Storytelling che restituisce l’anima

Francesca ha scattato una foto al giorno. 365 immagini che raccontano un anno di vita. Dice che la scintilla per lo scatto nasce quando vede qualcosa di anomalo. “Che sia reale o creata da me non importa. Sento il desiderio di generare uno spazio di silenzio, di fissare con lo sguardo un momento di ordine casuale nel fluire inarrestabile delle cose”.

Lo sguardo di Francesca Valiani si dirige sempre là, dove nessun altro vede un dettaglio rivelatore. Un famoso detto attribuito al grande architetto Mies Van Der Rohe afferma che “Dio è nei dettagli”. Ma nei dettagli si può trovare anche il diavolo.

Certe popolazioni non si fanno fotografare perché questo “ruberebbe loro l’anima”. Nel caso di Francesca, la foto che cerca è quella che invece di rubarti l’anima, te la restituisce. Che poi lei sia anche la moglie di Jovanotti, è un particolare che spiega molte cose.

 

Storytelling del presente collettivo

Sono stati oltre 44mila i video inviati a Gabriele Salvatores per Italy in a Day – Un giorno da italiani, esperimento di cinema collettivo. Un documentario per raccontare un giorno nella vita della nostra nazione. Per tutti lo stesso: il 26 ottobre 2013.

I filmati “home made”, arrivati dall’intera Penisola, sono stati poi montati in un’unica pellicola, presentata fuori concorso alla 71esima Mostra del Cinema di Venezia. Grazie Rai, che per una volta hai avuto il coraggio di copiare bene, sulla scia di un progetto simile ideato negli Stati Uniti da Ridley Scott (“Life in a Day”).

Pensiamoci anche noi, nel nostro piccolo. Sommersi da ogni tipo di immagine, dobbiamo riscoprire il montaggio. Perché è il racconto la vera anima di un film.

Salvatores ci ricorda che siamo veramente il nulla rispetto al tutto. Ma se ci avviciniamo a guardare le cose, le persone, scopriamo che i sogni esistono ancora. Così come l’ottimismo, la tenerezza, la dignità della vita, la voglia di futuro.

Non sarà che la vita è così bella proprio perché impossibile da governare?

 

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